Durante una calda giorata d’estate, l’osservazione delle dinamiche di una famiglia, composta da madre, padre e faiglioletto, seduti vicino a me a bordo piscina mi ha fatto tornare alla mente un articolo di “Scuola Materna per l’Educazione dell’Infanzia” nel quale si parla di come gli occhi siano davvero lo specchio dell’anima, una finestra in cui scorgere la profonda natura dell’altro.

Alla nascita, quando ancora la comunicazione è preverbale, lo sguardo diventa un potente strumento di comprensione reciproca tra la madre e il bambino. La mamma che tiene in braccio il bambino ne studia il volto e le espressioni dei suoi occhi e interpreta queste come segnali che il figlio usa per comunicare con lei. In seguito, risponde a questi segnali e così facendo, convalida i bisogni del bambino e gli attribuisce un significato. Attraverso questa esperienza il bambino gradualmente comprende di avere un potere sull’ambiente esterno e scopre così di avere un’esistenza autonoma. E’ la base del senso di autoefficacia stima di sé. L’elemento che rende prezioso questo scambio è la capacità della madre di guardare il proprio bambino nella sua soggettività e comprendere i bisogni individuali che esprime; questo fa sentire il bambino visto e amato. All’apparenza potrebbe sembrare un processo spontaneo e semplice, in realtà si tratta di una preziosa competenza materna (in seguito paterna), che implica la capacità di scoprire il proprio figlio “per com’è”, senza attribuirgli qualità o emozioni che appartengono alla madre. Se pensiamo come i desideri nei confronti dei figli influenzano ciò che ci si aspetta da loro, possiamo capire quanto sia difficile questa operazione. Il modo in cui gli adulti guardano i bambini, infatti, è profondamente influenzato dalle interpretazioni personali. Affermazioni tipo “è tutto suo padre”; “si vede che ha preso dalla sua famiglia”; “si comporta come faceva sua zia da piccola”…testimoniano come lo sguardo rivolto ai piccoli sia fin dall’inizio saturo di aspettative da parte degli adulti che ne interpretano i gesti e le espressioni, secondo le proprie esperienze. Tutto questo complica lo sviluppo del bambino che crescendo dovrà imparare a distinguere che cosa è vero e cosa è falso delle teorie che si sviluppano su di lui e dovrà riuscire a comunicarlo agli altri per fare emergere la personalità più autentica. Per questo motivo è fondamentale che fin dai primi momenti della propria esistenza il bambino possa trovare se stesso nello sguardo della madre, come disse Winnicott, e non trovarvi i pensieri e le preoccupazioni della madre. Questa funzione viene definita di rispecchiamento, perché come uno specchio, la madre riflette al suo bambino il suo mondo interiore e attraverso le risposte che gli offre, ne valorizza l’esistenza.Con il tempo il bisogno dei bambini di essere visti prosegue in ogni ambito della vita quotidiana. Un’attenzione curiosa e benevola è fondamentale per la costruzione dell’autostima. È necessario distinguere due termini che spesso vengono confusi: l’autostima, un sentimento complesso che riguarda la propria identità e un’esperienza di sé come degni di amore e considerazione; la fiducia in sé, una rappresentazione legata ad un giudizio sulle nostre capacità e competenze. La sovrapposizione fra questi due concetti, determina una confusione nella comunicazione con il bambino, generando fraintendimenti all’interno della
relazione. È noto, ad esempio, il bisogno dei bambini piccoli di essere ammirati dagli adulti nel corso delle loro imprese, come quando, prima di tuffarsi in acqua gridano “papà, mamma, guradatemi!”. Questo richiamo costituisce sia l’espressione del desiderio di essere oggetto di attenzione e ammirazione, ma anche una dichiarazione d’amore nei confronti dei propri genitori. In queste occasioni, è facile per gli adulti rispondere: “come sei bravo!” e tuttavia questo genere di affermazione, seppur fatto con amore, creano una leggera confusione nel bambino, perché spostano il discorso dal bisogno di essere riconosciuti, ad una valutazione sulle proprie competenze. Mentre si diverte e chiede ai genitori di guardarlo, il bambino sta offrendo se stesso, come direbbe Juul, la sua esistenza. Ma in risposta a questa espressione spontanea e personale, riceve una valutazione. Questo tipo di risposte, anche se fatte con l’intento positivo di rafforzare la fiducia in se stessi, a lungo andare rischiano di danneggiare l’autostima del piccolo che interpreta l’amore verso di sé come associato ad un riconoscimento delle proprie capacità. Un tempo il giudizio era utilizzato diffusamente come strumento educativo, sia per quanto riguarda la critica, che per quanto riguarda l’encomio. Attualmente si è scoperto che, rispetto l’autostima, la lode può essere altrettanto dannosa che la critica. Attraverso la lode e la critica, infatti, si producono personalità dipendenti dal giudizio esterno. I bambini educati con questo metodo hanno poca autostima e perdono la capacità di valutare spontaneamente se stressi. Alcuni affidano la stima di sé totalmente al giudizio degli altri e sprecano gran parte delle proprie energie nel tentativo di compiacere ed essere benvoluti. Questo accade quando il bambino cessa di cercare se stesso nello sguardo degli adulti, a causa di ripetute esperienze in cui non si è sentito rispecchiato. Ciò può accadere per svariati motivi, spesso legati ad una carenza di rispecchiamento originaria sperimentata a suo tempo dalla madre. I genitori che non sono stati riconosciuti, faticano a loro volta a valorizzare il proprio figlio e invece di guardarlo nella sua originalità, cercano in lui conferme personali. È, per esempio il caso di quei genitori, o educatori, che desiderano che il bambino realizzi i sogni a cui loro hanno rinunciato. In questi casi il bambino anziché trovare se stesso nello sguardo, trova il “volto della madre” come direbbe Winnicott e sente di non avere spazio sufficiente per essere accolto. Nelle situazioni più favorevoli, il bambino può cercare all’esterno il rispecchiamento di cui ha bisogno, senza rinunciare de tutto a se stesso; quando invece le cose vanno male, il piccolo può rinunciare alla propria esistenza autentica e assecondare le richieste dei genitori. Si produce così una frattura tra un sentimento di sé autentico, che viene nascosto perché non trova spazio per crescere, e un sentimento di sé compiacente, adatto alla realtà, che corrisponde ad un falso sé, una sorta di maschera con cui si presenta agli altri secondo ciò che gli altri si aspettano da noi. Questa scissione produce un vissuto d’inadeguatezza e la sensazione di essere sempre in difetto, a cui le persone rispondono generalmente cercando di migliorare la facciata esteriore (il falso sé), a scapito della propria autenticità. L’autenticità del bambino deve essere preservata e trattata con estrema importanza!
Ma cosa si può fare per aiutare i nostri piccoli a sviluppare la propria soggettività?
Innanzitutto si tratta di pensare alla relazione non come un processo a senso unico, in cui l’educazione passa dagli adulti ai bambini. Questo significa mettersi in una posizione di aperta curiosità nei confronti dell’altro, in disposizione di conoscerlo realmente per quello che è. Ciò che i bambini più chiedono agli adulti non è ricevere delle cose, o delle attenzioni particolari, ma sentire di avere valore nella loro vita, di essere riconosciuti come esseri unici. Rispettare l’unicità e la dignità del bambino, tuttavia non deve essere confuso con la parità del rapporto! Esiste una differenza generazionale tra adulti e bambini che garantisce una protezione per i più piccoli. Il riconoscimento delle differenze, infatti, introduce il senso del limite, ma anche delle responsabilità specifiche di ciascuno. Il desiderio di aiutare i figli ad esprimersi e a realizzarsi, non deve far dimenticare il loro bisogno di protezione e di guida da parte degli adulti. Per questo motivo è importante che i genitori e gli educatori svolgano la propria funzione, senza cercare una relazione amicale e paritaria con i bambini, perché come afferma lo psicanalista Jeammet “un bambino non è inferiore ad un adulto, semplicemente è differente, a motivo delle sue competenze e della sua dipendenza. Negarlo sarebbe negare la realtà”.
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